I Templari in Liguria

E’ ormai ampiamente confermato l’importante ruolo che le "magioni" e le sedi templari svolgevano lungo le grandi vie di pellegrinaggio e di commercio che permettevano agli uomini di spostarsi attraverso l’Europa: ad esempio i pellegrini che, dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania verso la Terrasanta, valicavano le Alpi per imbarcarsi nei porti liguri o Venezia attraversavano la valle Padana, percorrendo quel grande e complesso itinerario noto come "Via Francigena, incontravano sul loro cammino numerose istituzioni assistenziali: monasteri, chiese-ospedali gestite da monaci o da confraternite laiche, sedi degli ordini Ospitalieri e Templari.
Le "precettorie" templari e ospitaliere edificate con calcolato proposito a distanze facilmente percorribili nel corso di una giornata, alla confluenza dei fiumi, lungo le antiche vie consolari romane o sui monti, nelle campagne o nelle città, offrivano ai pellegrini un luogo dove potevano trovare assistenza e riposo, ma anche una certa sicurezza lungo il percorso.
La "Via Francigena" non era un unico tracciato, come si intende in un’ottica moderna; l’itinerario di pellegrinaggio noto con questo termine era un insieme di percorsi che si sviluppavano anche su vie ed itinerari minori, paralleli o alternativi, che si allontanavano e si ricongiungevano con il tracciato principale.
Per coloro che si spostavano dalla Francia verso Roma o verso la Terrasanta; le Alpi occidentali erano superate, dai pellegrini provenienti dalla Francia, su due direttrici principali (anche se tutti i valichi alpini delle Alpi marittime e Cozie recano tracce delle vie di pellegrinaggio): quella che valicava il Gran San Bernardo e, scendendo in Val d’Aosta si dirigeva verso Pavia, e quella che utilizzava invece il colle del Moncenisio per scendere a Torino lungo la valle di Susa, proseguendo poi nella pianura verso Piacenza o verso la Liguria.
I "cammini" del pellegrinaggio erano comunque molti: anche il Colle di Tenda era frequentato dai pellegrini che, giunti poi nella pianura pedemontana, si immettevano sul percorso della "Via Francigena" dalla  quale si diramavano itinerari "minori" che, valicando i contrafforti appenninici e delle Alpi Marittime, scendevano ai porti liguri, favorendo il pellegrinaggio via mare, per Roma o per la Terrasanta o, in direzione inversa, per Santiago di Compostella.
Per ottimizzare questa complessa rete viaria si rese necessaria la realizzazione di un gran numero di insediamenti costituiti spesso per volontà dei signori feudali, che li donavano o li finanziavano per sostenere principalmente la struttura socio-economica ma anche la sicurezza del proprio territorio, e soprattutto per non trovarsi i pellegrini bisognosi di assistenza davanti alla porta di casa; in questo quadro complesso si inserirono a pieno titolo le "precettorie" dell’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio, dei Cavalieri Ospitalieri e di alcuni Ordini monastici.
Gli insediamenti templari nel Nord-Ovest dell’Italia parrebbero far parte di un "progetto" coerente alle proprie finalità e destinato a consolidarsi con l’intensificarsi dei traffici sulle vie che, valicando il Moncenisio o il S. Bernardo, portavano a Piacenza, punto di intersezione di diversi itinerari e verso i porti liguri; ed è proprio lungo questi "cammini" minori, spesso impervi e malsicuri, che li congiungevano ai principali nodi della "Via Francigena", erano presenti alcune "precettorie", "magioni" e chiese dell’Ordine Templare.
Quindi, analizzando la presenza templare in Liguria, si presenta l’esigenza di spingere lo sguardo verso quegli insediamenti dell’Ordine Templare sorti sui grandi nodi della "Via Francigena" in area piemontese, poichè solo così potremo cogliere il senso logico della collocazione delle varie "precettorie" templari che incontreremo.
Precettorie, chiese e magioni che hanno lasciano, della loro esistenza, tracce labili e di difficile lettura, poichè gli edifici templari, in Occidente, non rispettavano moduli architettonici specifici: sia che si trattasse di "precettorie" cittadine o di sedi rurali, essi consistevano in insediamenti formati da modeste chiese o da caseforti arroccate sui punti strategici dei percorsi, spesso realizzate modificando "ad hoc" costruzioni già esistenti in loco. Molti di questi edifici, passati successivamente ad altre mani, in particolare agli Ospedalieri di San Giovanni, persero ogni connotazione originaria o addirittura scomparvero del tutto.
La carenza di fonti documentarie, già insita nella difficoltà, di carattere generale, di cogliere elementi utili in cartulari di epoche ormai molto lontane, è aggravata, per ciò che riguarda l’Ordine dei Templari, dalle loro ben note vicende.
Le poche fonti documentarie che si sono conservate giungendo sino a noi oggi, sono come dei lampi che per un attimo squarciano l’oscurità dei secoli, lasciandoci intravedere le tracce di una fondazione, di una magione o di una chiesa templare.
Quindi la ricerca delle tracce templari impone un lavoro attento a labili indizi toponomastici, presenze di dedicazioni a santi legati all’Ordine, aspetti leggendari di questo o quel sito, integrando così la scarna documentazione rimasta.
Aggiungiamo infine che si tratta quasi sempre di documentazioni ben note e studiate; è rara la novità che apre spazio a nuove scoperte; quindi ci tengo a sottolineare che questo intervento non andrà oltre, se non di pochissimo, a quelle notizie già ben conosciute dagli specialisti. Per una questione di chiarezza articoleremo questa relazione seguendo i principali itinerari che, dalla "Via Francigena" o da altri itinerari minori, si dipartivano scendendo agli approdi costieri, cercando di evidenziare, lungo gli stessi, le tracce della presenza templare.
Questa presenza era particolarmente massiccia nel Nizzardo: la "precettoria" di Nizza possedeva vasti possedimenti nelle Alpi Marittime (a Saint-Martin-Vesubie, Isola, La Tour, Saint-Etienne-de Tinèe, , Entrevaux, Saint-Martin-d’Entraunes, Entraunes, La Croix, Villars, Le Touet, Tournefort, Puget-Rostang, Rigaud, Vence, Grasse, Roquefort, Biot, Le Broc, Sospel).
Dal Nizzardo all’area bassopiemontese l’accesso più logico era quello del Colle di Tenda, nodo strategico della viabilità alpina; qui compaiono labili tracce dei templari, che avrebbero avuto sul valico, o nei pressi, un’ospizio per l’assistenza dei pellegrini; una seconda "magione" templare sarebbe sorta poi a S. Dalmazzo. Nel Ventimigliese esisteva certamente una presenza templare, è il caso del castello di "Zerbulo" dipendente dalla sede di S. Calocero di Albenga, di cui purtroppo non si sa altro per assenza di documenti. Valicate le Alpi Marittime e scesi, da Carnino e Viozene, nell’area bassopiemontese della Val Tanaro, troveremo un itinerario che, passando nell’area di Garessio- Ormea scendeva al mare; qui sono ancora visibili, a ridosso del passo di Nava, le rovine della piccola chiesa di S.Raffaele, dei Cavalieri di Malta nel sec. XVI, che confermano l’esistenza di un importante "cammino" lungo la valle dell’Arroscia; in questa valle i templari avevano beni a "Teco" ed a "Bacelega", poco lontano da Ranzo.
E’ possibile che vi fossero, in zona, altre dipendenze templari? parrebbero suggerirlo alcune fonti toponomastiche, vaghe e di difficile interpretazione, rimaste sul terreno: è il caso della chiesa di S. Calocero, posta a ridosso della Colla d’Onzo sopra Curenna, sull’itinerario tra Castelbianco e Vendone, che si richiama al titolo della "magione" albenganese; (questo ci fa supporre che probabilmente dipendesse da quest’ultima), o quel "San Giacomo" a ridosso del "castello dell’Aquila", sull’itinerario tra Alto ed Aquila d’Arroscia, che proseguendo da Ormea e dalla "Colla dei Termini" si spinge poi nell’area bassopiemontese, e che pare richiamarsi ad un itinerario campostellano; il titolo di S. Giacomo compare spesso nelle chiese dell’Ordine Templare, benchè non ci paia esclusivo dell’Ordine medesimo.
La complessità delle attribuzioni del santorale templare ci impone di ritenere le due chiese di S. Calocero e S. Giacomo di incerta attribuzione, essendo le loro caratteristiche del tutto insufficienti a suffragare l’attribuzione a questo o quell’ordine.
Possono riconoscersi come certamente templari invece i beni di Teco e Bacelega, ma non ci è possibile individuare questi insediamenti, non localizzati sul terreno, che furono dipendenze della "magione" di S. Calocero d’ Albenga, "precettoria" doveva rivestire una notevole importanza nel quadro delle istituzioni templari liguri.
La sede templare di Albenga è una delle poche di cui si possono seguire, per sommi capi, lo le vicende ed il tramonto.
L’ affermazione di una sede templare di notevole importanza nell’area albenganese si intravvede già nel 1143: in quel momento "Lombarda", figlia di "Oddone de Legeno", vendeva la metà di un manso ad "Oberto misso de Templo de Jerusalem".
Lo stesso "Oberto", misso templare, l’anno dopo acquistava dai fratelli "Arnaldo e Raimondo del fu Anselmo" un prato presso la chiesa di "San Calocero de Campora".
Questa documentazione mette in luce una prima fase di espansione che si sviluppa, coerentemente con la logica dell’insediamento templare, attorno alla chiesa di S. Calocero; a conferma di ciò vediamo che, nel giugno del 1145, "Robaldo del fu Alberico"ed "Ugoni e Guillermi Normanno", inviati dell’Ordine Templare, stipulavano un accordo attorno ad una terra nella piana albenganese. Son gli stessi Ugone e Guglielmo che, ancora nel mese di giugno, acquistavano dai coniugi "Algiso e Donata" i diritti su un’ottava parte di una terra, che è lecito ritenere nei pressi di S. Calocero.
La presenza templare nell’albenganese si consolidò certamente negli anni successivi, ma a noi è dato rivederne gli sviluppi soltanto nel 1167, quando l’Ordine riceveva da "Robaldo Maraboto" e sua moglie "Giusta",donazioni di beni a Bastia d’Albenga, in valle Arroscia e a Bacelega, poco lontano da Ranzo. L’importanza dell’evento era sancita dalla presenza di "Bonifacio..magister et procurator" dell’Ordine Templare in Italia, che affidava allo stesso Robaldo la gestione dei beni da lui ceduti, nonchè quella della chiesa di S. Calocero e di quanto già possedeva.
Quindi è evidente che Robaldo donava anche la sua persona all’Ordine e, pur venendo affiancato da un templare già appartenente all’Ordine, riceveva l’incarico di amministratore dei beni albenganesi; con Robaldo l’espansione continuò: egli ebbe, dalle mani di "Caita filia condam Dominici", una terra ed una casa in Albenga.
Robaldo Maraboto, amministratore di S. Calocero, riceveva ancora altri beni nel 1179 da "Adalasia filia di Gandulfi, uxor de Oddone Bassus" in Campochiesa, mentre nel 1181 era il nuovo amministratore, "Guglielmo da Vignano", a ricevere da "Donata" figlia di "Graselveto" un fondo in "Calendas" e, il giorno dopo da "Ascherio Malasemenza" un’altro fondo nel prato di S. Calocero.
Nei primi giorni del 1182 Guglielmo completava le operazioni d’acquisto con i beni di "Raimundo Turracia" e di "Cumitus, filius de Pagani". E’ evidente che la consistenza patrimoniale dell’Ordine nell’area albenganese doveva essere notevole, e la presenza di beni in valle Arroscia (quelli donati da Robaldo Maraboto nel 1167) attesterebbe un controllo templare lungo l’itinerario di Nava- Albenga. Ma l’Ordine aveva raggiunto l’apice della sua potenza nell’albenganese: nel gennaio del 1194 i templari di San Calocero vendevano ad Airaldo vescovo di Albenga tutti i beni posseduti nella terra albenganese "sino al fiume di Finale e nel territorio di Ventimiglia" Non è chiaro cosa determini questo precoce esodo dei Templari da Albenga, è uno dei mille punti oscuri di questa storia.

La Magione di San Giacomo dei Ronchi

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Indicata come Casa Magione sulle carte dell' IGM la si raggiunge da Millesimo (uscita casello autostradale) procedendo verso Savona e alla fine del paese imboccare la strada dell'Alta Val Bormida in direzione lago di Osiglia. Poco prima di raggiungere il lago fermarsi in Frazione Ronchi; al culmine di una altura alla destra dell'abitato sorge il complesso della magione, non visitabile in quanto proprietà privata.
Comunque anche questa "magione" venne precocemente ceduta dai templari; essa figura, nel 1283, tra i beni degli Ospedalieri di Savona. Questa chiesa, con le cascine annesse, figurava poi nei cabrei della Commenda dei Cavalieri di Malta (nome successivamente assunto dagli Ospedalieri di s. Giovanni); nel 1573 essa risultava "mezza coperta di coppi e mezza di paglia, priva di calice e di ogni altro fornimento per celebrare". Nel 1710 l’edificio risultava ancora in "ragionevole stato" ma le sue cascine erano in rovina; oggi la "Magione di S. Giacomo dei Ronchi" versa in condizioni pietose ed è quasi dimenticata, benchè sia da notare come si tratti di uno dei pochi insediamenti templari che conservano tuttora le caratteristiche originarie (O quantomeno è lecito ritenere che la pianta della chiesa e delle sue cascine corrisponda ancora all’insediamento originario).
Inoltre essa conserva modeste tracce di affreschi che parrebbero risalire al tardo secolo quattordicesimo, che sarebbe importante conservare. Che l’itinerario su cui sorse l’insediamento templare dei Ronchi potesse avere una corrispondente sede a Finale farebbe parte della logica della viabilità medievale: Ad una presenza templare nel Finalese, dipendente dalla "precettoria" di Asti, si farebbe cenno, localizzandola nel territorio di Gorra, tuttavia non si hanno riscontri documentari, o tracce toponomastiche, sufficenti a sostenere questa ipotesi; a nostro avviso occorre ricordare l’esistenza di una "magione" a S. Martino della Gorra, oggi Villastellone, che parrebbe senz’altro più probabile come dipendente dalla "precettoria" di Asti. Nella ricerca di riscontri minimi, (toponomastici, documentari, ecc.) che possano alludere ad un possibile insediamento templare nel Finalese, dovremo prestare attenzione ad una vaga traccia toponomastica che emerge nel cabreo dei beni dell’Abbazia di S. Maria dei Fornelli del 1739: qui troviamo registrato il reddito proveniente da una "massione" esistente a Perti e gestita dal "...capitanoPietro Vincenzo Massaferro", che può versare al cardinale Francesco Grimaldi, abate commendatario di Fornelli, la bella somma di 583 lire annue; al di là dell’importanza del cospicuo reddito di questa tenuta, ci preme sottolineare l’ indicazione toponomastica, che parrebbe alludere ad una sede templare, in origine, entrata poi, in epoca imprecisata, tra i beni di S. Maria dei Fornelli.
Questo modesto indizio toponomastico ci impone di riconsiderarne un’altro, di valore incerto ma non tale da essere ignorato: tra gli anziani di Osiglia è tuttora diffusa la credenza secondo cui, in antico, i morti della parrocchia di Rialto venissero portati a S. Giacomo dei Ronchi, ipotesi indubbiamente inverosimile, poichè non risulta che la chiesa di S. Giacomo abbia mai avuto funzioni cimiteriali. Ma questa credenza ci propone una singolare analogia con quella diffusa a Biestro, che vuole che i "morti di Cosseria" venissero portati a Fornelli; ipotesi altrettanto inverosimile, perchè Cosseria ebbe la sua chiesa cimiteriale già nel sec. XII. Però esiste un possibile riscontro a favore della veridicità della tradizione: S. Maria dei Fornelli ebbe in permuta, nel 1285, un manso alle "Mule", piccola contrada di Cosseria posta a ridosso del più importante crocevia dell’area, sulla viabilità tra Finale e Cairo per l’Albese con quello tra Savona e l’area di Asti e del Monregalese; tale proprietà è attestata ancora nel 1795. Quindi è verosimile che la tradizione biestrese si riferisse a questi "morti di Cosseria", che venivano seppelliti a Fornelli perchè provenienti da quel piccolo insediamento agostiniano del XIII secolo, poi confusi dalla tradizione popolare con i defunti di Cosseria in generale. Accettando questa ipotesi, per analogia potremmo ritenere credibile la tradizione osigliese, che però parlando di "morti di Rialto"; potrebbe alludere ad una sede templare in quell’area, portati da lì alla "sede-madre" di S. Giacomo dei Ronchi di Osiglia. 
Ronchi2La stessa ipotesi potrebbe riferirsi alla successiva presenza degli Ospedalieri, del cui patrimonio andò a far parte, come abbiamo già visto, S. Giacomo dei Ronchi; ci pare però ancor più ardua da sostenere, poichè l’Ospedale era ben presente a Finale con l’importante "precettoria di S. Fruttuoso" e quindi sarebbe stato più logico che a questa facessero capo le terre di Rialto. Tutto ciò sottolinea come la tradizione sopracitata resti soltanto come vaga ipotesi di lavoro, ardua e controversa, su cui dovremo confrontarci ancora con fonti e documenti vari. La ricostruzione della presenza templare nel Finalese deve quindi misurarsi con queste tracce incerte: dall’ipotesi di una sede templare a Gorra, per passare all’ enigmatica "massione" di Perti e concludere con una tradizione che potrebbe collegare Rialto ai templari di Osiglia, tutto appare ambiguo e confuso. Perciò le poche tracce vaghe ed indecifrabili che abbiamo visto ci impediscono qualunque ipotesi conclusiva attorno ad una presenza templare nel Finalese. Non è migliore il quadro delle conoscenze sulla presenza dell’Ordine a Savona: anche qui le tracce rimaste sono veramente scarse e di difficile interpretazione: tra il maggio del 1178 ed il settembre del 1181 vari personaggi savonesi lasciano donazioni testamentarie a varie chiese del territorio; tra queste compare un "Templo Domini" (definito, almeno in un caso, come "Templo" semplicemente) non meglio identificato, che potrebbe essere la sede templare di Savona.
Si tratta di una indicazione vaga, aggravata anche dalla totale assenza di personaggi dell’Ordine nelle fonti documentarie savonesi. Questa insufficienza delle fonti, e la successiva sostituzione dei Templari con gli Ospedalieri, ci impedisce di cogliere una traccia accettabile della presenza di una "magione" o di una "precettoria" templare a Savona. E’ indubbio che, per l’importanza dell’approdo savonese, collegato all’entroterra e quindi alle vie di pellegrinaggio con numerosi "cammini", una sede templare avrebbe avuto una logica ragione di esistere, ma per ora le tracce documentarie sono così vaghe da non concedere alcuna possibile conclusione positiva.
Per ritrovare la presenza dei templari dovremo tornare nell’entroterra cairese; qui, con un documento datato 22 marzo 1286, Oddone del Carretto emancipava Manfredino suo figlio; tra i testimoni all’atto troviamo un "Domino Henrico Templario, Marchione de Pulçono". Nel settembre del 1307 , a Cairo nella chiesa di S. Lorenzo, Oddone ed Ughetto del Carretto, con Manfredino figlio di Oddone, confermavano numerose franchigie ai cairesi; tra i testimoni di questo solenne atto ricompariva un "D. Hericus Templarius, Marchio de Ponsono"assieme ai consanguinei "D. Hericus Marchio de Ponsono" ed al figlio di quest’ultimo, "Nicola". E’ indubbio che la presenza di questi personaggi avesse lo scopo di dare maggiore solennità agli atti pubblici dei carretteschi cairesi, cui il casato di Ponzone era collegato, per consanguineità e parentele. Ma a noi importa, per ora, soltanto capire chi era questo "Henricus Templarius", che ci attesta come il casato di Ponzone avesse notevoli collegamenti con l’Ordine del Tempio. La presenza, nella Milizia del Tempio, di personaggi del casato di Ponzone, è già documentata da un "Bonifacio", che fu precettore della importante precettoria di S. Margherita di Acqui; troviamo poi un "Henricus" , che fu precettore della magione del Tempio di Pavia e che nel 1252 ricevette la chiesa e la "magione" di S. Giacomo di Tortona.
L’Enrico Templare che appare a Cairo nel 1286 è quello stesso che fu precettore di Pavia nel 1252? L’ipotesi resta da accertare, tuttavia non ci pare inverosimile. Comunque, pur lasciando aperta questa problematica, ci pare di poter evidenziare come a Ponzone l’Ordine trovasse uno spazio importante tra i feudatari locali, che diedero ai templari almeno due dei suoi componenti. Ma soprattutto la presenza di una sede templare in questo borgo ci evidenzia un "cammino"che, staccandosi dalla "Via Francigena" ad Asti, dove l’Ordine aveva una delle più importanti "precettorie" dell’Italia del nord, scendeva ad Acqui, dove era protetto dalla "magione" di S. Margherita, (e forse anche da quei templari che sarebbero stati attestati a Moncrescente, nella rocca della "Tinazza" per passare poi da Ponzone, tappa intermedia tra Acqui e la costa, coerentemente con una logica viaria che andava dalla "Via Francigena" al porto di Genova.
Queste terre erano in parte sottomesse al Monferrato, il cui marchese, Bonifacio, concesse ai templari molti beni in Grecia; non c’è ragione di escludere l’ipotesi che la benevolenza monferrina abbia favorito insediamenti templari anche nel basso Piemonte. L’esistenza della magione di Ponzone sarebbe provata da un testamento del 23 gennaio del 1278, in cui prete "Alberto Scota" d’Acqui lega a "Raimundo Grossi unum palatium in Ponzono, cui choerent via, et Templarii".
Purtroppo le tracce di "magioni" templari lungo questo percorso si perdono qui: sull’Appennino ligure non abbiamo alcuna traccia dell’Ordine; questa zona pare presidiata soprattutto dagli Ospedalieri.

La Domus di San Calocero da Pratis di Albengada

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Sita in località Calende di Campochiesa nei pressi di Albenga in direzione Savona la chiesa di San Calocero, per alcuni di incerta attribuzione all'Ordine del Tempio: il Lamboglia ritenne di ricoscerla nel S. Giorgio di Campochiesa, ipotesi oggi condivisa dal Cennamo, mentre il Tacchella pare più propenso ad identificarla con la chiesa di S. Clemente, passata poi agli Ospedalieri.
L’abbandono dell’area albenganese non dovette essere totale ed incondizionato; l’Ordine conservò certamente ancora a lungo fitti ed interessi economici in loco , perchè vediamo che nel 1224 i prelati incaricati da papa Onorio emisero una sentenza a favore dei Templari a proposito di obblighi non soddisfatti dal vescovo di Albenga nei confronti dell’Ordine del Tempio.
Nel 1233 abbiamo un atto di pagamento che ci attesta che la curia ingauna pagò in seguito il dovuto, ma col tempo le cose cambiarono: nel gennaio del 1267 il precettore della "Mansione del Tempio" di Piacenza, rettore e ministro dei Templari per la provincia della Lombardia, inviava "frate Manfredo de Villanova", precettore della "magione" di S. Giacomo dei Ronchi di Osiglia, a richiedere al vescovo di Albenga fitti e censi da lui dovuti all’Ordine.
Nel 1233 abbiamo un atto di pagamento che ci attesta che la curia ingauna pagò in seguito il dovuto, ma col tempo le cose cambiarono: nel gennaio del 1267 il precettore della "Mansione del Tempio" di Piacenza, rettore e ministro dei Templari per la provincia della Lombardia, inviava "frate Manfredo de Villanova", precettore della "magione" di S. Giacomo dei Ronchi di Osiglia, a richiedere al vescovo di Albenga fitti e censi da lui dovuti all’Ordine. 
E la presenza di "frate Manfredo di Villanova" sposta la nostra attenzione sulla "magione di S. Giacomo dei Ronchi" , insediamento templare posto su una viabilità che dall’area del Monregalese (dove troviamo la presenza dell’Ordine a "Montevico" almeno sino al 1307)(22) scende nel Cebano verso Finale, lungo un itinerario di probabile prevalenza jacopea.
Parrebbero attestarlo, lasciando Finale per salire al Monregalese, la chiesa di S. Giacomo sull’omonimo valico, la "magione" templare di Osiglia da cui si giunge a quella, con la stessa antica titolazione, di contrada Azzini a Murialdo. La situazione orografica in cui si colloca S. Giacomo di Murialdo pare evidenziare un breve "cammino", parallelo ed alternativo a quello che attraversava il ricetto del castello carrettesco di Murialdo. Si trattava di un percorso praticato dai pellegrini, che evitavano così l’attraversamento della fortificazione feudale, alternativo a quello praticato dai mercanti che dovevano pagare pedaggio nel castello? 
Per ora è soltanto un’ipotesi che attende conferme documentarie, pur avendo un importante fondamento nell’orografia del sito e nelle tracce viarie. Nè possiamo affermare che questa presenza di matrice compostellana avesse anche qualche aggancio con la sede templare di Osiglia, tuttavia ci appare singolare che sulla "porta dei morti" della parrocchiale di S. Lorenzo di Murialdo faccia bella mostra di sè una croce dei Cavalieri di Malta che, come abbiamo visto, sostituirono i Templari a San Giacomo di Osiglia. 
E questo ci riporta sul "cammino" di Santiago, alla sede di Osiglia; infatti da S. Giacomo di Murialdo una viabilità antica portava a S. Giacomo dei Ronchi. Anche la "magione" di S. Giacomo, isolata tra i monti e su un percorso importante che collegava la costa al Cebano e che durò almeno sino al sec. XVIII, ci pone soltanto interrogativi senza risposte: la sua nascita è coeva a quella dell’insediamento albenganese, oppure è qui che si attestarono i templari dopo l’abbandono dell’albenganese del 1194? 

La Magione di Santa Fede in Genova

SantaFede1

Ritroviamo le tracce dei Templari a Genova, presso la chiesa di Santa Fede, all’inizio di via Prè, in Piazza Metelino; di questa "magione" situata a ridosso del porto si hanno notizie da alcuni documenti: nel 1142 un certo "Arnaldo de Vacha" comprò un terreno sito nei pressi "del fossato di Santa Fede". Non è ancora l’attestazione della presenza templare; la definizione pare invece offrire la prova documentaria dell’esistenza della chiesa.
Nel 1156, un commerciante di origine francese (Narbona o Montpellier), "Raimondo Pictenado" lasciò per testamento al somma di 50 soldi all’Ordine Templare; e questo ci conferma la loro presenza a Genova; la prova certa dell’esistenza dell’Ordine nella chiesa di Santa Fede ci viene da un atto del 1161, che ci informa che in quel momento la chiesa di S. Fede era priva di campanile, ed il cappellano della stessa, unitamente al marchese "Bonavita", entrambi "Dominici Templi"vendettero alcune proprietà presso Fegino per costruire il campanile in questione.
Nel 1203 "presbiter Henricus de Sancta Fede" dava a livello una terra che l’Ordine possedeva in Camogli ad un tale "Ponzo". Ancora una traccia importante si ritrova nel 1244, quando "Roggerio, precettore " partecipò ad un capitolo provinciale a Piacenza. E’ presumibile che la chiesa di Santa Fede fosse ancora templare nel 1249, quando "Bertramo de Dureca" le lasciò 20 soldi chiedendo di venirvi sepolto, e ad essa, nello stesso anno, il 30 settembre, Zaccaria De Mari probabilmente lasciò la sua casa ubicata in Genova donandola, genericamente, all’Ordine dei Templari. Ci pare lecito quindi ritenere che si trattasse della chiesa di Santa Fede, ancora templare. Nel 1312 la "magione" di Santa Fede passò in possesso degli Ospitalieri di S. Giovanni; oggi della chiesa rimane soltanto una traccia nel nome della piazzetta e nei resti di un edificio sacro, rifatto in epoca settecentesca, di cui è ancora visibile la parte absidale all’interno di un magazzin
E’ questa l’ultima presenza certa di insediamenti templari in Liguria; spostandoci verso levante non si incontrano altre tracce; è possibile che Santa Fede avesse altre emanazioni a Camogli, dove possedeva dei beni come abbiamo visto? Oppure che negli approdi del Levante, o lungo i cammini che li collegavano all’entroterra, esistessero altre "magioni" a noi oggi sconosciute? Non abbiamo alcun elemento per sostenerlo; ma ogni considerazione in merito va ricondotta a quella difficoltà di reperire elementi documentari sufficienti a restituirci una mappa minima della presenza dell’Ordine dei Poveri Cavalieri del Tempio in Liguria.
Oggi dobbiamo accontentarci di questi frammenti sparsi; di certo la presenza templare doveva essere ben più consistente di quello che abbiamo visto; ma resta nascosta nelle nebbie dei secoli, coerente con il destino dell’Ordine Templare: essere tutt’oggi un affascinante enigma.

 

autore: Cavaliere della Finestra d’Oriente